Manicomio di Mombello: tra storia e abbandono
Ritorno a Mombello. Dopo diversi anni ho deciso di tornare a fotografare uno dei luoghi più celebri e inquietanti in Italia. Mi riferisco all’ex Ospedale Psichiatrico Giuseppe Antonini, universalmente conosciuto come il Manicomio di Mombello. Questa struttura oggi appare quasi completamente distrutta e minaccia costantemente di crollare sotto il peso degli anni e dell’incuria. Le mura scrostate e i corridoi deserti lasciano solo intravedere i frammenti di una storia lunghissima e profondamente dolorosa.
Fino alla metà degli anni Settanta, questo complesso rappresentava uno dei centri psichiatrici più imponenti d’Italia, arrivando a ospitare contemporaneamente circa tremila pazienti. Tra i tanti volti anonimi che attraversarono questi cancelli compare anche quello di Benito Albino, il figlio illegittimo di Benito Mussolini, che qui trovò la sua tragica fine.
L’architettura del controllo e la vita nel villaggio manicomiale
Giuseppe Antonini progettò Mombello seguendo il modello innovativo del villaggio autarchico, dove la cura passava anche attraverso l’organizzazione dello spazio. La struttura includeva biblioteche, laboratori di sartoria, calzoleria e falegnameria, oltre a vasti giardini e spazi agricoli.
Questa organizzazione permetteva ai pazienti di vivere in una sorta di microsocietà chiusa. Tuttavia, l’architettura stessa fungeva da strumento di controllo sociale. I viali alberati creavano confini naturali tra le varie tipologie di degenti, mentre le inferriate trasformavano ogni padiglione in una piccola fortezza isolata. Una fitta rete di gallerie sotterranee, collegava i vari edifici per spostare merci, cibo e degenti lontano dagli sguardi dei visitatori esterni.